To the bone – Fino all’osso @ Netflix

To the bone: Fino all’osso (originale Netflix 2017, diretto da Marti Noxon) mi ha incuriosita fin da subito per via della tematica affrontata, oltre che per il cast decisamente degno di nota. Ecco di seguito i 3 up e i 3 down del film (secondo me, naturalmente). Voi l’avete visto? Che ne pensate?

UP:

1) L’originalità: mi è piaciuto molto l’approccio al tema dell’anoressia nervosa, molto delicato e non superficiale. Mi è sembrato importante l’imperativo del “non parlare di calorie né di cibo”. So per esperienza quanto sia importante minimizzare anziché riportare costantemente l’attenzione sul problema.

2) L’idea del “cambio del nome”. Ho sempre creduto nel potere dei nomi, nella famosa citazione di Michael Ende per la quale le bugie sono cose a cui è stato assegnato un nome sbagliato. Il fatto che Ellen, a un certo punto del film, cambi nome mi è sembrato molto significativo e di forte impatto metaforico.




3) La guarigione non viene mai descritta come qualcosa di “facile”. Guardando il film si avvertono la fatica, la stanchezza che i protagonisti provano per cercare di risalire la china, mentre una forza apparentemente più grande di loro non fa altro che ricacciarli indietro. Non condivido una recensione che ho letto qualche giorno fa, secondo la quale questo film rischierebbe di far sembrare “glamour” l’anoressia. Assolutamente no. Qui non si tratta di far sembrare “bella” una malattia. Si tratta di gettare un po’ di luce nelle tenebre, che è tutto un altro paio di maniche.

DOWN

1) Qualche personaggio è un po’ troppo stereotipato, come per esempio Pearl e la sua vita in “Ponyland”. Magari l’iperbole è un effetto voluto, però a tratti risulta forzato.

2) Il finale. Mi è sembrato un po’ frettoloso. Sicuramente getta luci di speranza sul futuro, ma mi è parso un po’ troppo “semplicistico” sfruttare l’idea-cliché del “sogno rivelatore” per permettere alla protagonista di aprire gli occhi sulla sua condizione. Diciamo che è un finale che stona con l’originalità di cui parlavo più su.

3) La famiglia. Un po’ troppo sui generis per i miei gusti: il padre inesistente (e davvero non compare MAI), la madre lesbica in fuga, la matrigna troppo premurosa. Forse c’era un po’ troppa carne a cuocere, ecco. Il personaggio familiare più riuscito? La sorella, senza dubbio.

In conclusione, è un film importante e significativo, senz’altro da vedere (malgrado qualche piccola pecca). D’altra parte, si tratta pur sempre di un’opera prima. Non male come inizio.

Voto: 7/10

 

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