Recensione I veri uomini non piangono mai di Elisabetta Ferraresi

Qualche giorno fa vi ho segnalato l’uscita del bel romanzo di Elisabetta Ferraresi, I veri uomini non piangono mai. Oggi ho deciso di parlarvene in una recensione e di spiegarvi i motivi per cui non dovete assolutamente farvi scappare questo libro. Buona lettura e… a presto con l’intervista all’autrice!

recensione

Non a tutti la vita concede il tempo di crescere con il tempo, alcuni si addormentano ragazzini alla sera e debbono svegliarsi già uomini il mattino seguente.

Recensione I veri uomini non piangono mai

Cassino, primi del Novecento. Domenico ha quattordici anni e cerca di aiutare come può i genitori nei campi, prendendosi anche cura dei fratelli più piccoli. Ama il suo paese, le montagne che lo circondano e lo proteggono. Eppure, sa bene che presto dovrà andar via: l’esperienza del viaggio lo chiama a sé e Domenico, benché sia giovanissimo, sa già che dovrà partire. Suo zio Alessandro vive in America già da molto tempo e lì lavora e manda i soldi alla famiglia. L’America, il Nuovo Mondo, questa realtà lontanissima eppure stranamente vicina, che vive e respira nelle lettere di coloro che sono partiti. Così, anche Domenico si mette in viaggio alla volta di Nuova York e, da lì, a Pittsburgh, dove l’aspetta il lavoro duro in una cava di calcare. La vita è amara, ma Domenico è un uomo-bambino che sa sostenere il peso della fatica. Più del  disagio fisico, è la nostalgia a pesare: il distacco dalla propria terra, dalle braccia della madre e del padre, dal calore dei numerosi fratelli che ha lasciato bambini e ritroverà ragazzi.

Gli tornano alla mente adesso quei pomeriggi, con la forza e la prepotenza della nostalgia per le persone amate, disintegrando il proposito di non pensare al passato per poter sopportare il presente.

L’America, però, non è per sempre.

Domenico ha sempre saputo che sarebbe tornato in Italia, prima o poi, e lo fa per la leva militare obbligatoria. Ancora una volta, però, la vita lo spinge ad allontanarsi dalla sua terra e dalle sue montagne e viene mandato a compiere il servizio militare a Palermo. È il 1908, e una terribile tragedia sta per scuotere per sempre la Sicilia: il terremoto di Messina. Ovunque è distruzione, case crollate e famiglie distrutte, uomini e donne dispersi, bambini senza più genitori. E quando l’eco del dolore sembra essersi ormai calmata, qualcosa di più grave si profila all’orizzonte di questo secolo senza pace. Il conflitto Italo-turco è ormai alle porte e Domenico, il 23 settembre del 1911, viene chiamato alle armi. Qualche anno dopo, arriverà anche la Grande Guerra. L’esperienza, quella del conflitto mondiale in particolare, lo sconvolge e lo fortifica e lo porta a confrontarsi con un territorio diverso, quello del Pasubio, e con la più tremenda violenza che abbia mai conosciuto. È lì che Domenico guarda dritta in faccia la morte negli occhi degli amici, dei compagni, tra le macerie e nel logorio della trincea. E poi la pace, e con essa il matrimonio, e i figli, e la nascita di Alessandro. Ma è una “pace che non dura”, e che ben presto aprirà le porte a un’altra guerra, a un altro dolore, a un’altra terribile ferita nel fianco dell’umanità.

Attraverso la storia di un uomo

degno di portare tale nome, Elisabetta Ferraresi riesce nel difficile tentativo di regalare al lettore il ritratto di un secolo, il Novecento, incredibilmente ricco di novità e contraddizioni, dolore e speranza. Lo fa servendosi di una prosa poetica, a tratti struggente, sempre scorrevole e mai banale. La storia, come spiega l’autrice stessa nella prefazione al volume, è vera ed è basata sui racconti del padre e del nonno dell’autrice, nonché sulle loro vite, per cui il romanzo ha anche il valore aggiunto di un omaggio, di un dono d’amore nei confronti delle proprie radici, della propria famiglia, della propria terra.

La Ferraresi riesce perfettamente nel tentativo di unire realtà e fiction, documenti storici e narrazione, tanto che il lettore, in mancanza della prefazione esplicativa, sarebbe portato a considerare anche le pagine di diario di Domenico un vero documento storico. Questo dimostra quanto l’autrice sia riuscita a far suoi il linguaggio, la mentalità e i sogni di un’epoca, tanto da saperli tradurre magistralmente in un romanzo che conserva intatto il sapore di un secolo “breve”, eppure così incredibilmente intenso. Più che da leggere, questo libro è da vivere: è la testimonianza toccante e sincera di un passato che ancora brucia come una ferita recente e, nello stesso momento, è la radice  del tempo che abitiamo.

Alla vita di Domenico,

infatti, fanno da contorno, come piccoli e preziosi cammei, le esistenze di altri personaggi che incrociano la sua strada. Dal povero Luigino, che vede tramontare il proprio sogno americano sul nascere, alla famiglia di Vincenza, da Balduccio che sogna l’Ovest alle vittime del terremoto di Messina, le vite umili eppure straordinarie di questi personaggi illuminano il ritratto di un’Italia ferita ma coraggiosa, pronta a combattere con tutte le sue forze. E, al cuore di tutte le cose, la famiglia: il nucleo fondamentale, il dono supremo, la radice.

 

 

 

 

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