Pian piano la lumachina arrivò

Piano, senza fretta, senza affannarsi troppo. Mia madre me lo ripeteva sempre, quand’ero ragazzina e frequentavo il conservatorio e il liceo. Contemporaneamente. Mi vedeva fare i compiti a mezzanotte dopo cinque ore di scuola e quattro di conservatorio. Preparava il tè mentre io sbattevo la testa contro i libri e diceva “Con calma”. Da qualche tempo mi sorprendo spesso a pensarci. Uno dei libri che ho letto a gennaio, Il pastore d’Islanda, mi ha colpito proprio per questo. Un passo dopo l’altro, non puoi che arrivare a destinazione. Ma allora come si fa a controllare l’ansia? Esiste davvero un modo per evitarla?

La protezione della paura

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La paura, ormai si sa, fa parte di noi, è una forma di autodifesa del nostro corpo. Quando la mente si sente minacciata e percepisce la tensione, solleva uno scudo contro la fonte di stress. Tutto ciò che il nostro corpo e che le nostra mente producono è utile, dunque anche la paura. Eppure, l’ansia di non farcela e il terrore delle deadlines rischiano di compromettere seriamente il nostro lavoro. Quando sento l’ansia aggredirmi perché mancano due giorni alla consegna di una traduzione, di un libro editato o di un capitolo di tesi, rileggo spesso questo passo:

“Continuavano a camminare. Perché mettendo un piede davanti all’altro, nella giusta direzione, non si può che avanzare”.

Ancora una volta, è tratto da Il pastore d’Islanda e l’ho inserito, non a caso, tra gli aforismi per il 2018.



Pian piano, la lumachina arrivò

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L’altro giorno, di ritorno dall’Italia dopo la bellissima esperienza di Tribùk, ho pensato a tutto ciò che ancora mi restava da fare. Libri da correggere e da editare, libri da tradurre, capitoli di tesi da consegnare. L’incontro con la commissione PhD da affrontare prima della fine del semestre. Le vite degli altri, viste dall’esterno, sembrano sempre più affascinanti e tranquille di quanto non siano. C’è un sacco di gente che mi dice “Eh, ma tanto tu riesci a far tutto”. Certo, ma a che prezzo? Ho l’ansia anch’io, sono un essere umano. Anch’io mi sveglio la mattina col peso delle cose da fare piazzato sul petto come una valigia da stiva. Poi però arriva un sms di mia madre: “Pian piano la lumachina arrivò”. Ed è ciò che mi diceva quando ero alle medie e dovevo costruire i solidi col cartoncino o un circuito elettrico in parallelo. Ancora, era ciò che mi diceva al liceo quando il giorno dopo avevo un compito di latino, un’interrogazione di matematica e una consegna di armonia al conservatorio.



Perché è vero.

Sembra una banalità, eppure non lo è. Un passo dopo l’altro ti porterà a destinazione. Concentrarsi su ciò che ancora resta da fare è controproducente. Bisogna vedere il piccolo, l’istante successivo a quello presente, la voce più prossima nella to-do list. Perdiamo un sacco di tempo a pensare che siamo in ritardo, ed è tutto tempo che potremmo impiegare per agire. Non è il tempo che ci manca. È l’uso che ne facciamo che è sbagliato. Una volta, sul profilo Twitter di un amico traduttore, ho letto “Un libro si traduce una parola alla volta”. Non importa il tipo di lavoro che svolgi: è una regola che si può applicare a ogni cosa. Dovremmo portare sempre con noi le parole di Gunnarsson: “Mettendo un piede davanti all’altro, nella giusta direzione, non si può che avanzare”.

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