De gustibus non est disputandum (ovvero del coraggio di avere un’opinione)

Non si possono giudicare i gusti altrui. Questo è quello che continuiamo a sentirci ripetere sin dalla notte dei tempi, ma ci crediamo davvero? Ci ho pensato tanto, a lungo. Ancora ci penso, soprattutto quando scorro la bacheca di Facebook. Facebook è una miniera di giudizi che volano e rimbalzano da un profilo all’altro. Ti piace quello scrittore? Non capisci un cazzo. Ti è piaciuto quel film? Non capisci un cazzo reloaded. Quello che penso è che a volte può anche piacerci qualcosa che fa schifo. Così, per sfizio. Non per questo saremo meno intellettuali di tutti quegli altri a cui piacciono sempre le cose giuste.

Quando ho capito che non avevo capito niente

coraggio

C’è stato un momento, nella mia breve vita, in cui ho capito che non avevo capito niente. Okay, forse non ce n’è stato uno solo, ma ricordo particolarmente il momento in cui ho scoperto Tavi Gevinson. Molti di voi la conosceranno per via di Rookie, ma io la seguo da molto prima. L’ho scoperta per caso sfogliando un Glamour di non so più quanti anni fa. In un paragrafetto invisibile, si parlava di questa tredicenne che aveva sfondato col suo blog. Niente di nuovo sul fronte occidentale, direte voi. Sì, okay, ma calcolate che all’epoca non se ne parlava tanto quanto se ne parla adesso. Fatto sta che andai a cercare il suo blog e mi chiesi che cosa avesse di tanto speciale. L’ho capito dopo un secondo. Non perché sia particolarmente perspicace, ma perché era evidente. Tavi era solo e soltanto se stessa.



Il coraggio dell’essere deboli

Se c’è una cosa che Tavi ha capito molto prima di me è che “sticazzi” è la risposta giusta per tutto. Chi se ne frega di apparire debole in un blog, di mostrare anche i propri difetti, le proprie pecche. Ricordo un video della Chiara Ferragni degli inizi. Con molto candore, Chiara diceva di mostrare sui social solo il lato perfetto della sua vita. Tutto il resto (i problemi, le liti, il ciclo, i raffreddori, le paure) rimaneva fuori. Scelta più che condivisibile, ci mancherebbe altro. Il punto, però, è che chi ti legge lo sa che sei finta. Anche le Barbie sono perfette, non a caso sono di plastica. Tavi Gevinson, agli antipodi di Chiara, ha sempre mostrato la vera sé. Il che non significa dire tutto sui social. Significa portare avanti un progetto col cuore, ammettere di avere paura, dire la verità. Essere veri.



La censura intellettualoide

coraggio

Ci sono delle regole non scritte che, se sei un intellettuale o credi di esserlo, devi rispettare. Vi faccio un piccolo elenco, e vediamo se riuscite a darmi torto. Se sei un intellettuale e hai un profilo Facebook, devi:

  • disprezzare Alessandro Baricco
  • affermare che il Premio Strega lo vincono cani e porci ad cazzium
  • insultare quelli che guardano il Grande Fratello Vip
  • ridere delle mamme pancine
  • avercela a morte con Elena Ferrante e più o meno con chiunque sia in classifica narrativa. Soprattutto quando non si è letto niente
  • tirarsela
  • tirarsela un po’ di più
  • …e ancora un altro po’.

Francamente me ne infischio

A volte, lo confesso, ho avuto paura di dire cose come “adoro Lena Dunham“. Perché Lena Dunham è una di quelle che un intellettuale deve disprezzare. O Rupi Kaur. E invece bisogna distinguere le cose. Separare la critica dal semplice piacere di leggere, scrivere, guardare un film. Posso scrivere un romanzo rosa e divertirmi. Posso ridere a crepapelle guardando Uomini e donne pur sapendo che è puro trash italiano. E posso anche parlarne, condividere quello che penso, sui social o da qualunque altra parte. Perché siamo troppo sfaccettati per rientrare in una sola categoria. Che significa essere intellettuali, poi? Non concedersi mai il beneficio del dubbio? Procedere su binari segnati? Controllare le recensioni della gente che capisce prima di esprimere la propria opinione su un libro? Perché io l’ho fatto. Ho controllato prima di parlare. E non voglio farlo mai più.

Quello che siamo

Noi siamo tutto. Che non è solo il titolo di un libro, ma quello che siamo per davvero. Non siamo fatti solo di purissima letteratura distillata come grappa d’annata. Si impara tanto anche dai libri sbagliati, da quelli che non sono piaciuti a nessuno come da quelli che sono piaciuti a tutti. E si impara dagli errori, dalle discussioni, da chi ti dice “non sono d’accordo”. Alessandro Baricco a quattordici anni mi piaceva da morire. Adesso non più, perché sono cresciuta, perché ho studiato determinate cose, ma questo non vuol dire che Baricco sia merda. Oceano mare continua a piacermi, per esempio. A tredici anni adoravo Thirteen perché avevo la stessa età delle protagoniste. Forse è un film idiota, ma io all’epoca ho imparato qualcosa. Siamo fatti anche di spazzatura. In questo blog troverete un sacco di spazzatura, per esempio. E sapete perché? Perché sono troppo pigra per distillarmi. Mi piaccio così come sono. Un’intellettuale a cui piace Chiara Ferragni e che parla con l’accento barese e che va a letto truccata. Vera, però.

 

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