La Posta di B. – Mamma, un racconto di Maria Capasso

“Mamma” è il racconto che è arrivato pochi giorni fa alla casella della Posta di B. L’autrice è una carissima amica, Maria Capasso, della quale vi invito a leggere qualcosa, se ancora non la conoscete. Ecco a voi un assaggio della sua prosa che oggi ho il piacere di condividere qui sul blog. Non dimenticate che, se avete un racconto nel cassetto o una lettera per me o per chiunque altro, potete inviarmi tutto! Nulla andrà cestinato, giurin giurello. Ma ora, bando alle ciance e… buona lettura!

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“Mamma” di Maria Capasso

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Cosa siamo diventati?

Una vecchia videocassetta consumata e dimenticata in cantina, in mezzo a tutte quelle cose inutili che ci ostiniamo a conservare per sentici meno soli. Conserviamo perché abbiamo paura del distacco, anche se si tratta di una camicia consumata e logora, di un cappello dei bei tempi quando i compiti erano l’unica noia. E accumuliamo roba su roba per sentirci meno soli e meno superficiali, perché chi ha il coraggio di buttare e fare spazio è infettivo.

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La mamma, la mia di mamma,

conservava tutto, anche gli scontrini della spesa perché aveva la fissa con la raccolta dei punti. La mia mamma aveva la passione per il bricolage, ma aveva un difetto: non concludeva mai il lavoro che aveva iniziato. Ci sono scatole piene di oggetti a metà che non hanno nome e forma precisa a prendere la polvere. E ce ne sono tantissimi perché iniziava sempre, era il suo forte, ma portare a termine, mai. Diceva che le cose una volta che le finisci dopo le dimentichi e non gli dai più importanza.

Quando ero piccola, mi faceva le treccine prima di andare a scuola e mi dava un bacio con le labbra struccate e l’odore di caffè ancora caldo. Amavo le sue labbra struccate, odiavo il rossetto rosso che indossava sempre e tutti le dicevano che era bellissima, e che non sembrava una mamma. Io odiavo quando le facevano i complimenti perché, nella mia ingenuità conformista, una mamma non doveva ricevere i complimenti.

Sei la mia mamma,

non un quadro a una mostra che tutti possono guardare e ammirare. Sei la mia mamma, che non ho abbracciato abbastanza perché volevo sentirmi una donna forte e indipendente dagli affetti. I momenti felici sono nuvole di passaggio. 
La realtà torna con le sue urla e il suo disordine. 
E vorresti sparire. Dimenticare la tua casa e i tuoi affetti, e vivere con sano egoismo la tua vita anche per pochi giorni. 
Ma non accade. Non sei un personaggio di un libro, di un film che cambia vita con un click. Ti devi adeguare. E si finisce per diventare sempre più vecchi, senza che ci accorgiamo di nulla. S’invecchia davvero quando non hai più stimoli e voglia di spensieratezza. S’invecchia e si diventa stanchi. Stanchi e annoiati.

Sai quello che provo per te.

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Il nostro è da sempre un amore morboso, di quelli che non ti lasciano respirare, E non si tratta di invadenza fisica perché tu non sopporti essere abbracciata: si tratta di morbosità emotiva. È la peggiore, sai? Perché non riesci a dare un limite e aumenta giorno per giorno. Non ha tatto ma ha impatto, e finché riesci a sopportare non pesa e quasi sembra normale. È ciò che ho realizzato stamattina, mamma. Hai potere sulla mia emotività e sei l’unica persona per cui scoppio a piangere da sola. Neppure per un amore soffro come per te, per la tua dipendenza e per le conseguenze di un futuro distacco che dovrà avvenire.

Perché lo sai anche tu che i figli devono volare con le proprie ali.

Eri tu che da bambina me lo dicevi sempre, che non dovevo dipendere da nessuno perché la gente delude, soprattutto in amore. Eri tu che invece di raccontarmi le favole mi inculcavi direttamente le morali perché non volevi una figlia debole. Volevi che io fossi una sorta di Cappuccetto Rosso alternativa, che imparasse dal lupo invece di farsi fregare. Che affrontassi la strega da sola, senza aspettare nessuno. E che fossi io l’eroina del mio futuro. Me lo ripetevi sempre. Sei una delle poche mamme che non incoraggia a sposarsi, perché non ci crede. Lo so. Sono scritti nei tuoi occhi il tuo pentimento e la tua infelicità. Un figlio, per quanto sia ciò che c’è di più caro al mondo, non può restituirti la femminilità negata.

Maria Capasso

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