A luce distante

Aveva passato la giornata a mettere in ordine la casa, eppure ogni cosa continuava a essere fuori posto.

Aveva riordinato gli appunti, risistemato i libri sugli scaffali e anche quelli che giacevano sul pavimento, nell’unico posto ancora rimasto libero per loro. Aveva lavato gli specchi, spolverato i ripiani dei mobili, gettato nella spazzatura i rossetti ormai vecchi che emanavano un odore chimico. Il giradischi in funzione per tutto il giorno, gracchiante.
Aveva sudato in tutto quello strofinare, pulire, spostare oggetti. I capelli le si erano incollati alla fronte disegnandole arabeschi strani come in un tatuaggio rituale all’henné. Eppure eccolo lì, il disordine: non si era spostato di una virgola.


Poco dopo il tramonto, nell’aria polverosa delle sette della sera, Maeve si era lasciata cadere sul sofà del salone e aveva sospirato. La casa le si stringeva intorno, sporca com’era prima che iniziasse a pulirla e ugualmente in disordine. A cosa era servito lavorare per un giorno intero, affaticarsi con stracci e scope? Aveva buttato via un’infinità di oggetti inutili, e la casa era ancora piena. La polvere aveva già ricominciato a posarsi, poteva vederla anche da lì, dal divano, che rimboccava le coperte ai mobili col suo velo biancastro. Doveva rassegnarsi a partire così, con la casa in disordine.
Si era sempre sentita strana, la sera prima della partenza, sin da quando era ragazza e si preparava per la vacanza a Bath con la famiglia. Si guardava attorno, anche allora, nella cameretta della sua adolescenza, e guardava ogni oggetto come se lo stesse salutando per l’ultima volta. Si addormentava col cuore in gola, agitata al pensiero della partenza, e si svegliava all’alba solo per rimanere immobile nel letto a vedere il sole che entrava a scaglie dalle tapparelle e andava a svegliare le cose.
Adesso aveva quarantasette anni e aveva affrontato una lunga serie di viaggi, di partenze e ritorni, di treni e aerei, eppure sentiva ancora lo sfrigolare sottopelle di quando era un’adolescente e già sentiva l’odore del mare di Bath entro la cornice di mattoni e intonaco della sua stanza.
La casa era vuota. Ben sarebbe tornato tardi, si sarebbe infilato nel letto senza neppure togliersi i calzini e lei avrebbe sentito il materasso sprofondare da un lato sotto il suo peso e soltanto allora avrebbe pensato: “lui è qui”.
Lì, nell’impronta di una sera solitaria come tutte le altre, si sentiva anche lei un mobile esposto al logorio incessante della polvere, del sole che impregnava le tende, dei tramonti opachi, del vento. Stesa sul divano, gli occhi fissati al soffitto da un paio di chiodi invisibili. La stanchezza pesante e molle di quando si è bevuto troppo – ma non aveva toccato bicchiere.
La casa era ancora sporca, le valigie erano pronte e lei si chiedeva se sarebbe riuscita a svegliarsi, quella notte, quando Ben fosse tornato a casa. Aveva tanto da dirgli, da fare, da accarezzare, come ai primi tempi quando erano giovani e giocavano alla leggenda del filo rosso. Io ti ho riconosciuto, Ben. Ti ho visto e ti ho saputo come so di avere dieci dita delle mani e una bocca e un cuore che batte, lo senti?
Chissà dove vanno a finire, le parole, quando improvvisamente si smette di pronunciarle. Maeve le immaginava languire, verdi, rancide: una pozza sul fondo del cuore, una palude da bonificare. Se solo avesse avuto gli strumenti per farlo.
Sbadigliò, si stiracchiò e sentì il corpo tendersi, ossa tendini sangue pelle, e si chiese come avesse fatto a diventare quella cosa lì, quell’oggetto che non aveva niente da crescere, solo da invecchiare. Un oggetto. Come l’orologio a cucù del salone, il camino spento da vent’anni, le cicche di sigarette che ammuffivano nel posacenere di latta.

La giovinezza era un faro lontanissimo che illuminava l’acqua turbolenta di un mare che non poteva più attraversare. A lei spettava il compito della barca legata al pilastro, vuota, impegnata a galleggiare in un’illusione di movimento che era solo immobilità.

© Bianca Rita Cataldi

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