Da piccola odiavo le domeniche

Da piccola odiavo le domeniche. Sì, è vero, non si andava a scuola, ma la gioia della domenica finiva tutta lì, in quel risveglio spontaneo senza sveglia, e poi subito calava la depressione più cronica.

Non solo: la domenica non si poteva uscire. Ancora non avevo la patente, e dipendevo completamente dai mezzi pubblici che però, di domenica, non circolavano. E allora nulla, vagavo per casa nel mio paesino in provincia di Bari, lontana dal mondo quasi fossi l’unica abitante di un’isola deserta. Robinson Crusoe prima dell’arrivo di Venerdì.

Non so quand’è stato che ho iniziato ad amare le domeniche.

Forse nella mia prima estate da donna, quando a un certo punto ho preso l’auto e ho iniziato a vagare senza meta. O quando ho scoperto che il tempo è un elastico e che non è mai uguale a se stesso, e che la noia ha un valore, paradossalmente. Ho imparato ad apprezzare il silenzio sul balcone alle tre del pomeriggio, quando la via è addormentata e solo la mia sigaretta è accesa. Un libro tra le mani, la lentezza languida delle ore destinate a essere dimenticate.

Ho imparato ad amare la domenica perché per troppi anni ho sottovalutato il riposo, l’idea di un giorno consacrato solamente a se stessi. Un giorno in cui il tempo ha bisogno di essere pulito, lavato, stirato a nuovo come una camicia. Poco tempo da dedicare al cellulare, al lavoro, alle email che ti inseguono in qualunque momento della giornata per ricordarti che hai ancora tanto da fare, da dire, da organizzare.

Mi piace, invece, pensare alla domenica come a un giorno di disordine volontario. Un giorno di tempo lento da dedicare al silenzio, o alla musica che esce soffusa dallo stereo del salone. Alle letture, al frusciare leggero delle pagine, al rumore dei passi sull’asfalto polveroso alle quattro del pomeriggio, col sole che cola ai bordi del viso come oro liquido.

Ci dimentichiamo troppo spesso di questo giorno che non è da dormire ma da vivere, da sorseggiare lentamente come un bicchiere di latte e freddo al cioccolato davanti a un buon film. E invece è un nostro diritto, e non lo vediamo.

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